L’interessante sinergia tra “restanza” e volontariato

Articolo di Giuseppe Turchi.

Pubblicato su IT.A.CÀ. Migranti e Viaggiatori.

Un contributo di Giuseppe Turchi dal Festival IT.A.CÀ Parma che si terrà dal 4 al 6 ottobre 2019

Restare. Anche quando le condizioni non ti permettono di fiorire. Anche quando le pressioni esterne sono così forti da farti perdere la speranza. Servono radici forti, per restare, ma ormai stiamo perdendo anche quelle. Mancano motivazione, interesse, relazione.

Sembra quasi di sentirlo, il sibilo spettrale dell’aria che spira tra le vecchie case dei piccoli borghi di collina. Non fosse per qualche coraggioso agricoltore o per i villeggianti estivi, assisteremmo all’abbandono più totale. Entrambi, però, si limitano a utilizzare il luogo per lavoro o per fuggire dai miasmi della città. Laddove non c’è abbandono si percepisce comunque isolamento, lontananza. E se si sta lontani, non si comunica. No, nemmeno con i social. Perché quello che si mette in comune tramite Internet sono spesso vane parole, quando invece è l’azione in presenza quello che servirebbe. Attraverso di essa rinsalderemmo quelle radici che, parafrasando Bauman, si stanno progressivamente liquefacendo.

Ma perché tutta questa enfasi sulle radici? Per propagandare conservatorismo, sovranismo, campanilismo, o qualunque altro -ismo si voglia aggiungere? No. È che le radici lunghe e robuste sono spesso sinonimo di cura (oltre che di identità), e cura fa rima con attenzione e impegno. Ricreare tutto questo in un borgo di collina può fornire un esempio ispiratore per interventi su più larga scala.

Ma è davvero possibile? La risposta è sì.

Da un paio d’anni seguo l’attività di due APS che operano nella provincia di Parma. Si tratta di Bontà dell’Appennino e Casola delle Olle, la prima impegnata sul territorio delle Valli del Taro e del Ceno, la seconda attiva principalmente a Casola, frazione del comune di Terenzo che si innesta lungo la Via Francigena. Grazie all’instancabile opera dei loro – è bene sottolinearlo – volontari, borghi dimenticati hanno visto accorrere centinaia di persone alle quali sono stati presentati i frutti dei tanti progetti in essere.

Penso per esempio all’installazione “Vita & volti dell’Appennino” che ha visto i muri delle case di Masereto e Selva Grossa adornarsi con pannelli ritraenti i nostri nonni e bisnonni. Oppure al progetto di messa in ordine dei sentieri del comune di Solignano, o ancora al libro “L’affascinante civiltà rurale in un territorio della Via Francigena” dove si raccolgono oggetti, immagini, toponimi e itinerari connessi al borgo di Casola. Per non parlare poi dei mercatini e di tutte le occasioni ricreative all’insegna del buon cibo.

Tanti sono anche i convegni già svolti e in preparazione, tutti volti alla valorizzazione del territorio e del suo patrimonio culturale. Valorizzazione che, bisogna specificare, non si limita a voler fornire una mera attrattiva per il consumatore. Al centro vi è infatti un discorso di salubrità e genuinità dei prodotti alimentari, nonché la cura dei campi e dei boschi nel rispetto dei ritmi naturali. Ciò implica una lotta al degrado, all’inquinamento e allo sfruttamento intensivo voluto dalla grande industria.

In questi due anni, insomma, ho potuto sperimentare i risultati di un lavoro eseguito con passione. Un lavoro che ha unito tante amministrazioni, comunità e associazioni (tra queste ultime vanno citate la Comunità di Selva Grossa e la Pro Loco di Solignano). Davvero incoraggiante è stata inoltre la partecipazione di adolescenti e giovani adulti. Sono loro infatti i soggetti attivi che più di tutti potranno fare tesoro di questi modelli partecipativi per poi, si spera, svilupparli e replicarli. D’altronde se non vi sono attaccamento e senso della cura, vi sono frammentazione e infelicità. Così come senza una spinta proattiva vi sono solo vacue lamentele e declino costante.

Certo, oggi non è facile “sacrificare” il proprio tempo per un’attività di volontariato. L’ottica del piacere e del guadagno immediati soverchia spesso quella del fare qualcosa per altri, senza considerare il livello di stress a cui la vita contemporanea ci sottopone – a proposito di questo, mi è giunta voce che Bontà dell’Appennino si sta interessando in merito al valore terapeutico del cosiddetto “forest bathing”, ovvero una full immersion rigenerativa nei boschi, risorsa che certo non ci manca e che può contribuire allo sviluppo di una coscienza ecologica nel cittadino.

L’ordine di gratificazione dell’associazionismo è differente rispetto a quello meramente egoistico, ma ciò non significa che sia qualcosa di debole e impercettibile. La fatica viene tutta ripagata quando si vedono tante tavolate piene in un borgo di poche anime, quando dai rovi si ricava uno spazio di convivialità circondato dagli alberi, quando i prodotti locali fanno sfoggio di tutta la loro meraviglia lungo la via. In tutto questo c’è un’estetica che appaga il cuore e lo educa a una prospettiva ecologico-sociale, dandoci un motivo per restare.

Giuseppe Turchi

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