Vaccini, strumento di tutela della salute pubblica o libertà di scelta?

vaccino1Articolo di Caterina Bonetti.

Vaccinazione si, vaccinazione no. Se lo chiedono in tanti e, oggi più che mai, il tema è diventato di scottante attualità dopo il caso di epidemia di morbillo negli Stati uniti e la richiesta d’incontro da parte dell’Oms all’indirizzo del nostro ministro della Salute. Da una parte un’emergenza che, ironicamente partita dal “paese delle meraviglie” Disneyland California, ha scatenato un accesissimo dibattito politico fra i sostenitori della “linea” Obama/Clinton (a favore, in ogni caso, della vaccinazione dei bambini) e una buona fetta di conservatori capitanati dalla governatrice Christie e dal senatore Paul, strenui difensori della libertà di scelta dei genitori in materia.

Dall’altra la situazione italiana, anomala per il panorama europeo, che registra un sostanzioso calo nelle vaccinazioni considerate obbligatorie (poliomielite, difterite, tetano, epatite B) e fortemente consigliate (pertosse, haemophilus influenzae b, morbillo, parotite, rosolia). Un calo di entità tale da richiedere chiarimenti da parte del Ministero. Che cosa sta succedendo? In molti pensano che gran parte delle patologie in questione siano ormai “debellate” e di esporre dunque i loro figli ai rischi di un vaccino (che esistono per la somministrazione di qualunque farmaco, ricordiamolo, anche per la comune Aspirina) sulla scorta di una remotissima possibilità di contrarre la malattia. Alcuni ripongono grande fiducia nelle campagne mediatiche che mettono in guardia le famiglie dai rischi dei vaccini (in particolare per la salute mentale). Altri ancora, per disinformazione, ritengono che le malattie in questione siano semplici “mali curabili” rispetto ai quali il sistema immunitario dei figli è in grado di reagire perfettamente in modo autonomo, come si trattasse di un semplice raffreddore. Nessuna delle tre motivazioni è, in realtà, supportata da dati scientifici, ma può essere sostenuta solo e unicamente sulla scorta dell’assunto che “il figlio è sotto la potestà del genitore” e dunque al genitore spetta ogni decisione riguardo la sua salute. Anche azzardata. Così come alcuni genitori somministrano antibiotici in eccesso o ricorrono per i figli a farmaci di automedicazione non specificamente pensati per loro, è possibile per un genitore rifiutarsi di far vaccinare il proprio bambino. Ma andiamo con ordine.

Le vaccinazioni nascono per prevenire e, possibilmente, debellare alcune malattie. “Mi vaccino non solo per salvaguardare la mia vita, ma anche quella di chi mi sta attorno”. La difterite è una malattia assai rara sul territorio italiano, ma non è ancora stata debellata (come ad esempio è avvenuto per il vaiolo). Questo significa che ci sono rari casi di comparsa del male e che la sua mancata propagazione epidemica è data dal fatto che, incontrando solo organismi immunizzati, il morbo non trova un terreno fertile su cui attecchire. Funziona come sulle navi: se ogni camera stagna tiene, qualora si crei una falla, la nave non affonda. Ma se per eccessiva sicurezza nella forza dello scafo non si costruiscono barriere di sicurezza, nel caso di un problema allo scafo, per quanto circoscritto, la nave affonda. Non vaccinare un bambino significa non solo esporlo ad un eventuale rischio di contagio, ma anche trasformalo in una “falla” del sistema di prevenzione potenzialmente dannosa per la comunità.

Vaccini e salute mentale. Da tempo, soprattutto in rete, circolano articoli che pongono in relazione l’aumento di patologie mentali come l’autismo con l’aumentare della diffusione dei vaccini. Appurato che, allo stato attuale, non esistono ricerche scientifiche in grado di provare questa correlazione, una riflessione – per quanto banale – sorge spontanea: non è che l’aumento di queste diagnosi è da mettere invece in relazione al fatto che da qualche decennio l’autismo, e altre patologie che interessano la salute mentale dei pazienti, vengono riconosciute mentre un tempo, soprattutto nelle realtà più chiuse e isolate (geograficamente, economicamente, socialmente, culturalmente) erano considerate “stranezze” del singolo individuo? Molti bambini autistici venivano semplicemente “liquidati” attraverso l’inserimento nella grande categoria dei “ritardati” o dei “caratteriali”. Improbabile? Ad oggi ci sono le stesse probabilità che questo aumento sia motivato da una controindicazione da vaccino o da un mutamento percettivo grazie alle diagnosi.

Le malattie per le quali è consigliato il vaccino sono in realtà mali perfettamente “gestibili” dal sistema immunitario. No. Non si tratta di un raffreddore, non si tratta di mal di denti. Di morbillo si muore e le complicanze legate alla malattia sono gravi e invalidanti, così come per la poliomielite. Non si è certi di guarire e, anche qualora si portasse a casa la pelle, ci sono ampie possibilità di non recuperare integralmente le proprie capacità psicofisiche. Per alcuni mali non esiste cura: come per il tetano. Per altri invece esistono concreti rischi per la salute (propria e altrui) in età adulta, come nel caso della rosolia contratta durante la gravidanza.

Cosa se ne deriva? La medicina non è una scienza esatta e, soprattutto, è una scienza in fieri. Fra qualche anno potremmo scoprire la cura per mali ritenuti mortali, ma allo stato attuale disponiamo di alcuni mezzi per rendere più “tutelata” salute dei cittadini. Di questo deve occuparsi la politica, della tutela della salute pubblica e, quindi, di un calcolo banale di costi e benefici sociali. L’incentivo alle vaccinazioni infantili è motivato proprio da questo calcolo e da un bilancio “in positivo” registrato nel corso dei decenni. Non esiste la scelta priva di rischi: anche decidere di iscrivere il proprio bambino a un corso di nuoto può essere “rischioso”, anche mandarlo a scuola in bicicletta e non accompagnarlo in auto, anche permettergli di andare in gita con la scuola. Non esiste il farmaco senza rischi, non esiste malattia priva di rischi nel decorso e nei possibili danni permanenti. Si tratta di fare un bilancio, cercando di non fare del singolo caso il vessillo di una rischiosa campagna ideologica per la “libertà di scelta”.

Caterina Bonetti

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