La restanza di un esempio. Museo Ettore Guatelli

Articolo di Giuseppe Turchi.

Pubblicato su IT.A.CÀ. Migranti e Viaggiatori.

Domenica 8 settembre il Museo Ettore Guatelli di Ozzano Taro (PARMA) – luogo di restanza – festeggerà il ricordo di Ettore Guatelli con una festa dedicata alle “Persone”. Casa Guatelli, prima ancora che diventasse Museo, è stata un polo di aggregazione. Essa richiamava attorno e dentro di sé persone, individui che con la loro opera manuale e intellettuale lasciavano testimonianza della vita di un’epoca.

In vista della tappa parmense del Festival IT.A.CÀ, che si terrà dal 4 al 6 ottobre, abbiamo chiesto a Giuseppe Turchi dell’Associazione degli Amici di Ettore e del Museo di raccontarci l’esempio di restanza rappresentato dal Museo Ettore Guatelli.

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Nell’era della post-modernità il flusso del divenire pare aver subìto una drastica accelerazione. Tutto cambia, nulla resta, nemmeno i sentimenti, ormai sempre più in balìa di relazioni liquide. La logica della posata usa e getta, della bottiglietta di plastica, dello sfruttamento secondo l’utile del momento s’è imposta in ogni ambito della vita umana, l’ha contagiata con i suoi imperativi di velocità ed efficienza. A farne le spese sono stati l’ambiente, la memoria sociale, la salute mentale.

Gli scienziati si sono ritrovati a giocare il ruolo di moderne Cassandre, inascoltati, seppur il collasso da loro profetizzato sia ormai pienamente in atto. I cittadini non vivono più i propri luoghi, non si raccontano, patiscono un vuoto d’identità e partecipazione.

Posti in queste condizioni, gli individui sperimentano con maggior angoscia la condizione esistenziale della precarietà. Precari sono il lavoro, l’educazione, l’informazione, e con essi l’Ego che il mondo occidentale fomenta nel suo narcisismo disgregante.

Da ciò si capisce l’importanza e l’urgenza di fornire dei modelli. L’imitazione è infatti la prima fonte di apprendimento nonché sorgente di comportamenti, il che implica la centralità della nozione di “esempio”. Il valore pedagogico dell’esempio risiede nel suo essere un’esperienza vissuta. In questo senso, esso risulta più completo rispetto a qualsiasi approccio puramente razionale poiché stimola più sistemi cognitivi nel soggetto. E gli esempi validi non mancano, anzi. Una delle più grandi sfide culturali contemporanee è proprio quella di metterli in risalto affinché non vengano occultati dalle mode del momento.

Ecco perché il Museo Ettore Guatelli di Ozzano Taro (PR) merita un’attenzione particolare. Nato dall’idea di un maestro elementare che desiderava omaggiare i lavoratori della campagna, si è evoluto nel corso di cinquant’anni diventando un luogo d’insegnamento per i bambini, sino a configurarsi come uno dei più importanti musei etnografici della civiltà contadina. Qui Guatelli ha raccolto 60000 oggetti di un’epoca in cui la vita quotidiana trascorreva tra impegno costante e grandi fatiche. Triboli, bigonci, setacci, aratri, trapani, torni, pestarole hanno perso la fatica e guadagnato la bellezza, come dicono le guide. Perché il maestro non si è limitato a raccogliere gli oggetti, ma li ha appesi al muro per dare vita a composizioni artistiche uniche nel loro genere. Design spontaneo, lo chiamano, ovvero arte creata con cose umili, ferri vecchi che oggi butteremmo senza pensarci due volte. Ma è proprio qui che si esprime tutta la potenza pedagogica del Museo.

Innanzitutto gli oggetti non sono semplici oggetti, ma cose. Come tali, portano con sé una storia e una testimonianza. Le cose conservano una memoria a cui le guide danno voce, ci dicono da dove veniamo, senza nostalgia, fissando un tratto della nostra identità comune, un caposaldo dove sentirci in qualche modo fratelli. Così facendo il visitatore si trova presto immerso nella dimensione del racconto e dell’immaginazione, ovvero la dimensione di una possibilità che è stata altro rispetto a noi, diversa.

Ma le cose all’interno del Museo non si limitano a parlare. A volte gridano. Passando per le varie stanze sembra quasi di sentire lo sgomento del ferro di fronte agli sprechi perpetrati dalla civiltà odierna. Di ferro infatti è la lama della falce che, troppo usurata per poter tagliare il grano, è stata riconvertita in coltello. Di ferro è il filo con cui si aggiustava tutto, dalle sessole ai testi con cui si cuoceva il pane. Di ferro sono i chiodi che tengono salda la suola di uno scarpone consumato. E sempre di ferro sono le gabbiette di protezione per i fiaschi che i contadini si portavano nel campo durante le lunghe giornate di lavoro. Il vetro costava caro: romperlo era un lusso che non ci si poteva permettere. Ma gridano pure i pantaloni da lavoro rattoppati all’infinito e le scarpette con la “rimonta”, quest’ultima applicata affinché si adattassero alla crescita del ragazzo. Chiedete a loro cosa sono l’obsolescenza programmata e l’usa e getta: risponderanno che si tratta non di parole, ma di peccati.

A casa Guatelli c’era spazio per chi aveva una storia da raccontare e qualcosa da insegnare. Il sapere era ricerca condivisa, magari davanti a un bicchiere di vino e una fetta di salame gentilmente offerti dai padroni di casa. Non che fossero ricchi, tutt’altro. Erano solo ospitali, altro concetto che i tempi moderni stanno erodendo. Nel loro tanto umile quanto bellissimo casale sono passati molti intellettuali di Parma, tra cui Attilio Bertolucci, Cusatelli, Petrolini, Tassi, Viola. Tanti sono stati gli amici che hanno aiutato Ettore a raccogliere e scaffalare le cose. Il Museo, prima che si rendesse conto di essere tale, è stato luogo di aggregazione. Un piccolo faro sul territorio.

Cosa ci lascia dunque l’opera del Maestro, se non un esempio di estrema attualità? Un modello pieno di sfaccettature, di suggestioni, di argomenti. Perché dovrebbe essere ormai chiaro che il Museo non è solo etnografia, o solo arte. Esso è anche vita, formazione, etica e politica. È l’eredità di scelte sulle quali possiamo riflettere per rielaborare il nostro sapere attuale e formulare nuove ipotesi d’azione.

Non per tornare indietro, sia chiaro. La miseria è stata certamente una forte motivazione per adottare pratiche come il riuso, ma non è detto che debba esserne condizione necessaria. La cura dell’ambiente può passare attraverso un’educazione mirata che porti l’individuo a sviluppare un attaccamento profondo verso le entità non umane.

In una parola, amore, giacché per definizione non si può danneggiare ciò che si ama davvero. Allo stesso modo non dobbiamo pensare che i giovani siano destinati a una vita di individualismo e disinteresse, quasi fossero monadi isolate nel loro benessere. Gli esempi servono soprattutto per loro, affinché sedimentino qualcosa anziché attendere con ansia la prossima distrazione mediatica.

Attingere dal passato significa dunque recuperare le pratiche che hanno funzionato, metterle sotto esame ed eventualmente rinnovarle alla luce del sapere accumulato. Non per restaurare le vecchie condizioni, ripetiamo, ma per avere una possibilità di andare avanti.

Giuseppe Turchi

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